Violenze, repressioni, terrori nell'Unione Sovietica (di Nicolas Werth).
1. Paradossi e malintesi dell'Ottobre
2. Il «braccio armato della dittatura del proletariato»
3. Il Terrore rosso
4. La «sporca guerra»
5. Da Tambov alla grande carestia
6. Dalla tregua alla «grande svolta»
7. Collettivizzazione forzata e dekulakizzazione
8. La grande carestia
9. «Elementi estranei alla società» e cicli di repressione
10. Il Grande terrore (1936-1938)
11. L'impero dei campi
12. L'altra faccia della vittoria
13. Apogeo e crisi del gulag
14. L'ultimo complotto
15. L'uscita dallo stalinismo
In conclusione
5.
DA TAMBOV ALLA GRANDE CARESTIA
Alla fine del 1920 il regime bolscevico sembrava trionfare. L'ultimo
esercito bianco era stato battuto, i cosacchi potevano dirsi sconfitti
e i distaccamenti di Mahno erano in rotta. Tuttavia, anche se la
guerra dichiarata, quella dei Rossi contro i Bianchi, era finita, lo
scontro fra il regime e alcune grandi categorie sociali proseguiva a
pieno ritmo. L'apogeo delle guerre contadine si colloca all'inizio del
1921, quando intere province sfuggivano al controllo dei bolscevichi.
Per accelerare la raccolta dell'imposta in Siberia, la regione che doveva fornire il grosso dei prodotti agricoli in un momento in cui la carestia devastava tutte le province del Volga, nel dicembre del 1921 vi fu inviato come plenipotenziario straordinario Feliks Dzerzinskij. Istituì dei «tribunali rivoluzionari volanti» incaricati di rastrellare i villaggi e di condannare sul posto a pene detentive in prigione o nei campi i contadini che non pagavano il tributo.
Questi tribunali, affiancati da «distaccamenti fiscali», si comportarono come le squadre di requisizione: commisero un tale numero di abusi che lo stesso presidente del Tribunale supremo, Nikolaj Krylenko, dovette ordinare un'inchiesta sull'operato di questi organi nominati dal capo della Ceka. Il 14 febbraio 1922 un ispettore scriveva da Omsk: «Gli abusi delle squadre di requisizione hanno raggiunto un livello inimmaginabile. I contadini arrestati vengono sistematicamente rinchiusi in magazzini non riscaldati, frustati e minacciati di morte. Quelli che non hanno completato la quota di consegna vengono legati, costretti a correre nudi lungo la strada principale del villaggio, poi sono rinchiusi in un magazzino non riscaldato. Moltissime donne sono state picchiate fino a perdere conoscenza, infilate nude in buche scavate nella neve...». In tutte le province la tensione rimaneva molto alta.
Lo attestano questi brani di un rapporto della polizia politica dell'ottobre 1922, un anno e mezzo dopo l'inizio della NEP:
Comunque, nell'autunno del 1922 il peggio era passato. Dopo due anni di carestia, i sopravvissuti avevano accantonato un raccolto che avrebbe consentito loro di passare l'inverno, a condizione però che le imposte non venissero riscosse al cento per cento. «Quest'anno il raccolto dei cereali sarà inferiore alla media degli ultimi dieci anni»: così il 2 luglio 1921 la «Pravda» aveva citato per la prima volta il «problema alimentare» sul «fronte agricolo» in un breve trafiletto in ultima pagina. Dieci giorni dopo Mihail Kalinin, presidente del Comitato esecutivo centrale dei soviet, in un "Appello a tutti i cittadini della R.S.F.S.R." pubblicato sulla «Pravda» il 12 luglio 1921, ammetteva: «In molti distretti la siccità di quest'anno ha distrutto il raccolto».
«Questa calamità non dipende soltanto dalla siccità» spiegava una risoluzione del Comitato centrale del 21 luglio. «Deriva e dipende da tutta la storia passata, dal ritardo della nostra agricoltura, dalla mancanza di organizzazione, dalla scarsità delle cognizioni agronomiche, dalla povertà tecnica, dalle forme superate di rotazione delle colture. E' aggravata dalle conseguenze della guerra e del blocco, dalla guerra che i latifondisti, i capitalisti e i loro lacchè continuano a farci, dalle azioni incessanti dei banditi che eseguono gli ordini di organizzazioni ostili alla Russia sovietica e a tutta la sua popolazione di lavoratori».
Nella lunga enumerazione delle cause di questa «calamità» di cui non si osava ancora dire il nome, mancava il fattore principale: la politica delle requisizioni che da anni spremeva un'agricoltura già molto fragile. I dirigenti delle province colpite dalla carestia, convocati a Mosca nel giugno del 1921, furono concordi nel ribadire le responsabilità del governo, e in particolare dell'onnipotente commissariato del popolo per il Vettovagliamento, riguardo alla diffusione e all'aggravarsi della carestia. Il rappresentante della provincia di Samara, un certo Vavilin, spiegò che da quando erano incominciate le requisizioni il Comitato provinciale per il vettovagliamento continuava a gonfiare le valutazioni relative al raccolto.
Nonostante il cattivo raccolto del 1920, quell'anno erano stati requisiti 10 milioni di pud di cereali. Erano state confiscate tutte le riserve, comprese le sementi per l'anno successivo. Già a gennaio del 1921 molti contadini non avevano più niente da mangiare. La mortalità era cominciata ad aumentare in febbraio. Nel giro di due o tre mesi, nella provincia di Samara sommosse e ribellioni contro il regime in pratica cessarono. Vavilin spiegava: «Ora non ci sono più rivolte. Si vedono fenomeni nuovi: folle di migliaia di affamati assediano pacificamente il Comitato esecutivo dei soviet o del Partito, e aspettano per giorni chissà quale miracoloso arrivo di cibo. Non si riesce a cacciare la folla, ogni giorno le persone muoiono come mosche.... Ritengo che nella provincia ci siano almeno 900 mila affamati».
Leggendo i rapporti della Ceka e del Servizio informazioni militare si constata che fin dal 1919 molte regioni erano afflitte dalla penuria di cibo. Nel corso del 1920 la situazione non aveva cessato di peggiorare. A partire dall'estate del 1920 la Ceka, il commissariato del popolo per l'Agricoltura e il commissariato del popolo per l'Approvvigionamento, perfettamente consapevoli della situazione, elencavano nei loro rapporti province e distretti «affamati» o «in preda alla carestia». Nel gennaio del 1921, fra le cause della carestia diffusasi nella provincia di Tambov un rapporto indicava l'«orgia» di requisizioni del 1920. Come attestano i discorsi riferiti dalla polizia politica, per il popolo minuto era evidente che il potere sovietico voleva «far crepare di fame tutti i contadini così temerari da resistergli». Il governo, pur perfettamente informato sulle inevitabili conseguenze della politica delle requisizioni, non adottò alcun provvedimento. Il 30 luglio 1921, proprio mentre la carestia si stava diffondendo in un numero crescente di regioni, Lenin e Molotov inviarono un telegramma a tutti i dirigenti dei comitati regionali e provinciali del partito, chiedendo loro di «rinforzare gli apparati di raccolta ... di sviluppare un'intensa propaganda presso la popolazione rurale, spiegandole la necessità economica e politica di pagare le imposte puntualmente e totalmente ... di mettere a disposizione delle agenzie di raccolta dell'imposta in natura tutta l'autorità del Partito e il totale potere di repressione dell'apparato statale»!.
Di fronte all'atteggiamento delle autorità, che perseguivano a ogni costo la loro politica di sfruttamento della popolazione rurale, gli ambienti informati e illuminati dell'intellighenzia si mobilitarono. Nel giugno del 1921 agronomi, economisti e universitari costituirono in seno alla Società moscovita dell'agricoltura un Comitato sociale di lotta contro la carestia. Fra i primi a aderire al comitato furono gli eminenti economisti Kondrat'ev e Prokopovic, ex ministro dell'Approvvigionamento del governo provvisorio, Ekaterina Kuskova, giornalista vicina a Ma'ksim Gor'kij, scrittori, medici, agronomi. Grazie alla mediazione di Gor'kij, ben introdotto negli ambienti dirigenziali bolscevichi, una delegazione del Comitato, che Lenin aveva rifiutato di ricevere, a metà luglio del 1921 ottenne un'udienza con Lev Kamenev. Dopo il colloquio Lenin, sempre diffidente riguardo alla «sensibilità morbosa» di certi dirigenti bolscevichi, mandò un biglietto ai colleghi dell'Ufficio politico: «Mettere assolutamente la Kuskova in condizione di non nuocere.... Della Kuskova accettiamo il nome, la firma, un vagone o due [di viveri] da parte di coloro che provano simpatia per lei (e per quelli della sua specie). Nient'altro». Alla fine i membri del Comitato riuscirono a convincere un certo numero di dirigenti della propria utilità. Erano i rappresentanti più famosi della scienza, della letteratura e della cultura russe, noti in Occidente, e la maggior parte di loro aveva già partecipato attivamente all'organizzazione degli aiuti alle vittime della carestia del 1891. Avevano inoltre numerosi contatti fra gli intellettuali di tutto il mondo e avrebbero potuto farsi garanti di un'equa distribuzione di eventuali aiuti internazionali. Erano pronti a dare il proprio avallo, ma esigevano che il Comitato avesse un riconoscimento ufficiale.
Il 21 luglio 1921 il governo bolscevico decise, non senza riluttanza, di legalizzare il Comitato, che prese il nome di Comitato panrusso di aiuto agli affamati, e al quale fu conferito l'emblema della Croce rossa. Era autorizzato a procurarsi in Russia e all'estero viveri, foraggio, medicinali, e a ripartire i soccorsi fra la popolazione bisognosa, a ricorrere a trasporti eccezionali per eseguire le consegne, a organizzare mense popolari, a creare sezioni e comitati locali, a «comunicare liberamente con gli organismi e i procuratori che intenderà designare all'estero» e anche a «discutere i provvedimenti adottati dalle autorità centrali e locali, che a suo parere riguardino la questione della lotta contro la carestia». In nessun altro momento della storia sovietica furono concessi altrettanti diritti a un'organizzazione sociale. Le concessioni del governo erano proporzionate alla crisi che travagliava il paese, quattro mesi dopo l'instaurazione ufficiale, e molto timida, della NEP.
Il Comitato si mise in contatto con il capo della Chiesa ortodossa, il patriarca Tihon, che creò subito un Comitato ecclesiastico panrusso di aiuto agli affamati. Il 7 luglio 1921 il patriarca fece leggere in tutte le chiese una lettera pastorale: «Per la popolazione affamata la carne dei cadaveri è diventata un piatto prelibato, difficile da trovare. Ovunque risuonano pianti e gemiti. Si arriva già al cannibalismo... Tendete una mano caritatevole ai vostri fratelli e alle vostre sorelle! Con l'accordo dei fedeli, per soccorrere gli affamati potete utilizzare i tesori della chiesa che non hanno valore sacramentale, come anelli, catene e braccialetti, le decorazioni che ornano le sante icone eccetera».
Dopo aver ottenuto l'aiuto della Chiesa, il Comitato panrusso di aiuto agli affamati contattò svariate istituzioni internazionali, fra cui la Croce rossa, i quaccheri e l'American Relief Association (ARA), che risposero tutte positivamente. Ciò nonostante, la collaborazione fra il regime e il Comitato doveva durare soltanto cinque settimane. Il Comitato fu sciolto il 27 agosto 1921, sei giorni dopo che il governo ebbe firmato un accordo con i rappresentanti dell'American Relief Association, presieduta da Herbert Hoover. Per Lenin, ora che gli americani inviavano i primi cargo di provviste, il Comitato aveva esaurito le sue funzioni: «il nome e la firma della Kuskova» erano serviti da garanzia ai bolscevichi. E tanto bastava.
La stampa seguì alla lettera le istruzioni di Lenin e si scatenò contro i sessanta intellettuali di fama che erano entrati nel Comitato. I titoli degli articoli pubblicati dimostrano chiaramente il carattere diffamatorio di questa campagna: "Non si scherza con la fame!" («Pravda», 30 agosto 1921); "Speculavano sulla fame" («Kommunisticeskij trud», 31 agosto 1921); "Il Comitato di aiuto... alla controrivoluzione" («Izvestija», 30 agosto 1921). A una persona andata a intercedere in favore dei membri del Comitato arrestati e deportati Unshliht uno dei vice di Dzerzinskij alla Ceka, dichiarò: «Lei dice che il Comitato non ha commesso alcun atto di slealtà. E' vero. Ma è diventato un polo di attrazione per la società. E questo non possiamo ammetterlo. Sa, quando si mette in un bicchiere d'acqua un ramoscello che non ha ancora getti, inizia a germogliare in fretta. Il Comitato ha incominciato altrettanto in fretta a estendere le sue ramificazioni nella collettività sociale.... Abbiamo dovuto togliere il rametto dall'acqua e spezzarlo».
Al posto del Comitato, il governo creò una Commissione centrale di soccorso agli affamati, un pesante organismo burocratico composto di funzionari di vari commissariati del popolo, molto inefficiente e corrotto. Nel pieno della carestia, che nell'estate del 1922 era al culmine e affliggeva quasi 30 milioni di persone, la Commissione centrale assicurò un soccorso alimentare irregolare a meno di 3 milioni di persone. L'ARA, la Croce rossa e i quaccheri, dal canto loro, nutrivano circa 11 milioni di persone al giorno. Nonostante la mobilitazione internazionale, fra il 1921 e il 1922 almeno 5 dei 29 milioni di persone colpite dalla carestia morirono di fame. L'ultima grande carestia che aveva colpito la Russia nel 1891, più o meno nelle stesse regioni (Medio e Basso Volga, e una parte del Kazakistan), aveva fatto da 400 mila a 500 mila vittime. In quell'occasione Stato e società avevano fatto a gara per soccorrere i contadini afflitti dalla siccità. All'inizio del decennio 1890-1900 il giovane avvocato Vladimir Ul'janov Lenin viveva a Samara, capoluogo di una delle province più colpite dalla carestia del 1891. Fu l'unico rappresentante dell'intellighenzia locale che, oltre a non partecipare al soccorso sociale agli affamati, si pronunciò categoricamente contro gli aiuti. Come ricordava un suo amico, «Vladimir Il'ic Ul'janov ebbe il coraggio di dichiarare apertamente che la carestia aveva molte conseguenze positive, e cioè la nascita di un proletariato industriale, affossatore dell'ordine borghese». «Distruggendo l'economia contadina arretrata» spiegava «la carestia ci avvicina oggettivamente all'obiettivo finale, il socialismo, tappa immediatamente successiva al capitalismo. Inoltre la carestia distrugge la fede, non solo nello zar, ma anche in Dio».
Trent'anni dopo il giovane avvocato, divenuto capo del governo bolscevico, riprendeva l'idea: la carestia poteva e doveva servire a «colpire mortalmente il nemico alla testa». Il nemico era la Chiesa ortodossa. «L'elettricità prenderà il posto di Dio. Lasciate che il contadino preghi l'elettricità, avvertirà il potere delle autorità più di quello del cielo» disse Lenin nel 1918, discutendo con Leonid Krasin riguardo all'elettrificazione della Russia. I rapporti fra il nuovo regime e la Chiesa ortodossa si erano già deteriorati subito dopo l'ascesa al potere dei bolscevichi. Il 5 febbraio 1918 il governo bolscevico aveva decretato la separazione della Chiesa dallo Stato, e della scuola dalla Chiesa, proclamato la libertà di coscienza e di culto, annunciato la nazionalizzazione dei beni della Chiesa. Contro questo attentato al ruolo tradizionale della confessione ortodossa, che sotto lo zarismo era religione di Stato, il patriarca Tihon aveva protestato con vigore in quattro lettere pastorali ai credenti. I bolscevichi moltiplicarono le provocazioni, «sottoponendo a perizia» le reliquie dei santi, cioè profanandole, organizzando «carnevali antireligiosi» durante le grandi feste religiose, imponendo che il grande monastero della Trinità, nei dintorni di Mosca, dove erano conservate le reliquie di San Sergio da Radonez, fosse trasformato in museo dell'ateismo. In questo clima già teso, mentre molti preti e vescovi erano stati arrestati per essersi opposti alle provocazioni, con il pretesto della carestia i dirigenti bolscevichi, su iniziativa di Lenin, lanciarono una vasta operazione politica contro la Chiesa. Il 26 febbraio 1922 la stampa pubblicò un decreto del governo che ordinava «la confisca immediata nelle chiese di tutti gli oggetti preziosi d'oro e d'argento, e di tutte le pietre preziose che non servono direttamente al culto»: «Questi oggetti saranno inviati agli organi del commissariato del popolo per le Finanze, che li trasferirà ai fondi della Commissione centrale di soccorso agli affamati». Le operazioni di confisca incominciarono ai primi di marzo e furono accompagnate da numerosi scontri fra le squadre incaricate di prelevare i tesori delle chiese e i fedeli. I più gravi si verificarono il 15 marzo 1922 a Sciuja, una cittadina industriale della provincia di Ivanovo, dove i soldati spararono sulla folla dei fedeli, uccidendo una decina di persone. Lenin prese a pretesto questa strage per intensificare la campagna antireligiosa.
In una lettera del 19 marzo 1922 indirizzata ai membri dell'Ufficio politico, spiegava con il suo tipico cinismo come si poteva sfruttare la carestia per «colpire mortalmente il nemico alla testa»:
Come attestano i rapporti settimanali della polizia politica, la campagna di confisca dei beni della Chiesa raggiunse l'apogeo in marzo, aprile e maggio del 1922, provocando 1414 incidenti registrati, e l'arresto di parecchie migliaia di sacerdoti, monaci e monache. Secondo fonti ecclesiastiche, nel 1922 furono uccisi 2691 preti, 1962 monaci e 3447 monache. Il governo organizzò molti grandi processi pubblici ai membri del clero a Mosca, Ivanovo, Sciuja, Smolensk e Pietrogrado. In ottemperanza agli ordini di Lenin, il 22 marzo, una settimana dopo gli incidenti di Sciuja, l'Ufficio politico propose una serie di provvedimenti: «Arrestare il sinodo e il patriarca, non subito ma fra 15-25 giorni. Rendere pubbliche le circostanze del caso di Sciuja. Entro una settimana far processare i preti e i laici di Sciuja. Fucilare i sobillatori della ribellione». In una nota all'Ufficio politico, Dzerzinskij segnalava: «Il patriarca e la sua banda ... si oppongono apertamente alla confisca dei beni della Chiesa. ... Già ora ci sono motivi più che sufficienti per arrestare Tihon e i membri più reazionari del sinodo. La G.P.U. ritiene che: 1) sia opportuno arrestare il sinodo e il patriarca; 2) non si debba autorizzare la designazione di un nuovo sinodo; 3) qualsiasi prete che si opponga alla confisca dei beni della Chiesa dovrebbe essere condannato come nemico del popolo al domicilio coatto nelle regioni del Volga più colpite dalla carestia». A Pietrogrado furono condannati ai lavori forzati 76 ecclesiastici e 4 vennero giustiziati, fra cui il metropolita Benjamin, eletto nel 1917, il quale, pur essendo molto vicino al popolo, aveva perorato calorosamente l'idea della separazione fra Stato e Chiesa. A Mosca, 148 fra ecclesiastici e laici furono condannati ai lavori forzati e 6 alla pena capitale, eseguita immediatamente. Il patriarca Tihon fu posto in domicilio coatto al monastero Donskoj di Mosca.
Qualche settimana dopo queste parodie giudiziarie, il 6 giugno 1922 si aprì a Mosca un grande processo politico, annunciato sulla stampa il 26 febbraio: 34 socialisti rivoluzionari erano accusati di «attività controrivoluzionarie e terroristiche contro il governo sovietico», fra le quali figuravano in particolare l'attentato del 31 agosto 1918 contro Lenin e la «direzione politica» della rivolta contadina di Tambov. La prassi seguita fu la stessa che sarebbe stata ampiamente usata negli anni Trenta: gli imputati erano un insieme eterogeneo di autentici dirigenti politici, fra cui 12 membri del Comitato centrale del Partito socialista rivoluzionario, diretto da Avram Goc e Dmitrij Donskoj, e di agenti provocatori incaricati di testimoniare contro i coimputati e di «confessare i propri crimini». Questo processo permise anche, come scrive Hélène Carrère d'Encausse, di «sperimentare il metodo delle accuse inscatolate una dentro l'altra come bambole russe, che partendo da un fatto preciso - dal 1918 i socialisti rivoluzionari si opponevano davvero all'assolutismo della gestione bolscevica - afferma il principio ... che in ultima analisi qualsiasi opposizione equivale alla collaborazione con la borghesia internazionale».
Il 7 agosto 1922, come risultato di questo processo farsa, durante il quale le autorità inscenarono manifestazioni popolari reclamando la pena di morte per i «terroristi», 11 degli accusati, e precisamente i dirigenti del Partito socialista rivoluzionario, furono condannati alla pena capitale. Di fronte alle proteste della comunità internazionale mobilitata dai socialisti russi in esilio, e più ancora di fronte alla minaccia concreta di una ripresa delle insurrezioni nelle campagne dove rimaneva vivace lo «spirito socialista rivoluzionario», l'esecuzione delle sentenze fu sospesa «a patto che il Partito socialista rivoluzionario cessasse qualsiasi attività sovversiva, terrorista e insurrezionale». Nel gennaio del 1924 le condanne a morte furono commutate in cinque anni di internamento in campo di concentramento. Tuttavia i condannati non vennero mai liberati, e furono giustiziati negli anni Trenta, in un momento in cui la dirigenza bolscevica non teneva più in alcun conto né l'opinione pubblica internazionale né il pericolo di insurrezioni contadine.
In occasione del processo ai socialisti rivoluzionari era stato applicato il nuovo Codice penale, entrato in vigore il primo giugno 1922. Lenin aveva seguito con molta attenzione l'elaborazione del codice, che doveva legalizzare la violenza esercitata contro i nemici politici, dato che ufficialmente la fase delle eliminazioni sbrigative, giustificate dalla guerra civile, si era conclusa. Dopo aver esaminato i primi abbozzi, Lenin fece delle osservazioni, e il 15 maggio 1922 le inviò a Kurskij, il commissario del popolo per la Giustizia: «Secondo me bisogna estendere la condanna alla fucilazione (con la commutazione in esilio) a tutte le forme di attività dei menscevichi, "dei socialisti rivoluzionari eccetera". Trovare una formulazione che ponga queste attività "in relazione" con la "borghesia internazionale"». Due giorni più tardi, Lenin scriveva nuovamente:
Seguendo le istruzioni di Lenin, il Codice penale identificava il reato controrivoluzionario con qualsiasi atto «inteso ad abbattere o a indebolire il potere dei soviet operai e contadini stabilito dalla rivoluzione proletaria», ma anche con qualsiasi atto che contribuisse «ad aiutare il partito della borghesia internazionale, il quale non riconosce l'eguaglianza dei diritti del sistema comunista di proprietà succeduto al sistema capitalista, e cerca di rovesciarlo con la forza, l'intervento militare, il blocco, lo spionaggio, il finanziamento alla stampa e altri mezzi simili».
Erano punibili con la morte non solo tutte le attività (rivolta, sommossa, sabotaggio, spionaggio eccetera) che potevano essere qualificate come «atti controrivoluzionari», ma anche la partecipazione e il supporto prestato a un'organizzazione «nel senso di aiuto a un partito della borghesia internazionale». Era considerata un crimine controrivoluzionario punibile con la privazione della libertà «che non potrebbe essere inferiore a tre anni» o la messa al bando definitiva anche la «propaganda in favore di un partito della borghesia internazionale».
Nel quadro della legalizzazione della violenza intrapresa all'inizio del 1922, va citato il fatto che la polizia politica cambiò nome. Il 6 febbraio 1922 un decreto aboliva la Ceka e la sostituiva subito con la G.P.U. ("Gosudarstzlennoe politiceskoe upravlenie", Amministrazione politica statale), che dipendeva dal commissariato del popolo per gli Interni. Pur cambiando il nome, i responsabili e le strutture rimanevano identici, e questo attesta con chiarezza la continuità dell'istituzione. Che cosa poteva significare allora il cambiamento di etichetta? Nominalmente la Ceka era una commissione straordinaria, e questo suggeriva il carattere transitorio della sua esistenza e di quanto la giustificava. G.P.U. (pronunciato "ghepeù") suggeriva invece che lo Stato doveva disporre di istituzioni normali e permanenti di controllo e di repressione politica. Dietro al cambiamento del nome si delineavano la perpetuazione e la legalizzazione del terrore come sistema per risolvere i rapporti conflittuali fra il nuovo Stato e la società.
Una delle disposizioni inedite del nuovo Codice penale era la messa al bando definitiva, con divieto di rientrare in URSS, sotto pena di messa a morte immediata. Fu attuata a partire dall'autunno del 1922, in seguito a una grande operazione di espulsione che colpì quasi duecento intellettuali di fama sospettati di opporsi al bolscevismo. Fra questi spiccavano tutti coloro che avevano fatto parte del Comitato di lotta contro la carestia, sciolto il 27 luglio 1921. Il 20 maggio 1922, in una lunga lettera a Dzerzinskij, Lenin espose un vasto piano di «esilio degli scrittori e dei professori che hanno aiutato la controrivoluzione». «Bisogna preparare la cosa più accuratamente» scriveva Lenin. «Convocare a Mosca una riunione con Messing, Mantsev e ancora qualche altro. Impegnare i membri dell'Ufficio politico e dedicare due o tre ore alla settimana all'esame di una serie di pubblicazioni e di libri.... Raccogliere sistematicamente informazioni sull'anzianità politica, il lavoro e l'attività letteraria dei professori e degli scrittori.»
E Lenin faceva un esempio:
Il 22 maggio l'Ufficio politico istituì una commissione speciale di cui facevano parte Kamenev, Kurskij, Unshliht, Mancev (due assistenti diretti di Dzerzinskij), incaricata di schedare un certo numero di intellettuali per arrestarli e poi espellerli. I primi a essere espulsi, nel giugno del 1922, furono i due principali dirigenti dell'ex Comitato sociale di lotta contro la carestia, Sergej Prokopovic ed Ekaterina Kuskova. Un primo gruppo di 160 famosi intellettuali, filosofi, scrittori, storici, professori universitari, arrestati fra il 16 e il 17 agosto, fu espulso via mare in settembre. Tra gli altri vi erano alcuni nomi che avevano già acquisito o dovevano acquisire fama internazionale: Nikolaj Berdjaev, Sergej Bulgakov, Sem‰n Frank, Nikolaj Loskij, Lev Karsavin, Fedor Stepun, Sergej Trubeckoj, Aleksandr Izgoev, Ivan Lapscin, Mihail Osorgin, Aleksandr Kisvetter. Dovettero tutti firmare un documento in cui si affermava che in caso di ritorno in Russia sarebbero stati immediatamente fucilati. Gli espulsi erano autorizzati a portare con sé un cappotto e un soprabito, un abito, la biancheria di ricambio, due camicie e due camicie da notte, due paia di mutande, due di calze! Oltre a questi effetti personali, ogni espulso poteva tenere con sé 20 dollari in valuta.
Contemporaneamente alle espulsioni, la polizia politica continuava la schedatura di tutti gli intellettuali di secondo piano sospetti, destinati alla deportazione amministrativa in zone remote del paese, legalizzata da un decreto del 10 agosto 1922, oppure all'internamento nei campi di concentramento. Il 5 settembre 1922 Dzerzinskij scrisse al suo vice Unshliht:
Alcuni giorni dopo, Lenin inviò un lungo memorandum a Stalin, in cui con il suo senso maniacale per i particolari si dilungava sulla «ripulitura definitiva» della Russia da tutti i socialisti, gli intellettuali, i liberali e altri «signori»:
6.
DALLA TREGUA ALLA «GRANDE SVOLTA»
Per un po' meno di cinque anni, dall'inizio del 1923 alla fine del
1927, vi fu una pausa nello scontro fra il regime e la società. Gran
parte dell'attività politica dei dirigenti bolscevichi era
monopolizzata dalle lotte per la successione di Lenin, che era morto
il 24 gennaio 1924 ma che dal marzo del 1923 viveva ormai totalmente
isolato da qualsiasi attività politica in seguito al terzo attacco
cerebrale. Durante quei pochi anni la società lenì le sue ferite.
Durante la tregua i contadini, che rappresentavano oltre l'85 per
cento della popolazione, tentarono di ricostituire la rete degli
scambi, di ottenere di più dai frutti del loro lavoro e di vivere
«come se l'utopia contadina funzionasse», per usare la bella
espressione di Michael Confino, il grande storico del ceto rurale
russo. L'«utopia contadina», che i bolscevichi chiamavano volentieri
"eserovscina" - la traduzione più fedele sarebbe «mentalità socialista
rivoluzionaria» - si basava su principi che da decenni costituivano il
fondamento di tutti i programmi contadini: eliminazione dei
proprietari terrieri, ripartizione della terra in funzione delle
bocche da sfamare, libertà di disporre liberamente dei frutti del
proprio lavoro e libertà di commercio, autogoverno contadino
rappresentato dalla comunità di villaggio tradizionale, e presenza
esterna dello Stato bolscevico ridotta alla sua espressione più
semplice: un soviet rurale per un certo numero di villaggi e una
cellula del Partito comunista in un villaggio su cento!
Ultima modifica 05.12.2003